giorgia on my mind - due
mercoledì, 18 novembre 2009


Definendo Zona del Silenzio un “magnifico libro” Lipperini svela tutto il proprio platonismo di risulta mischiato a quell’idealismo concreto (definizione, mi sembra, crociana) che è stato e, purtroppo continua a essere– a mio parere- l’immobilizzante vizio della cultura italiana. Se il BELLO non è altro che la rappresentazione sensibile dell’IDEA, allora ciò che rappresenta il GIUSTO è necessariamente BELLO. Ne consegue che il libro di Spataro dedicato al caso Aldrovandi, affrontando una questione civile quindi giusta, è naturalmente bello.

Invece.

Nonostante il tema che tratta, Zona del Silenzio è un libro zoppo; sicuramente non è magnifico. Il soggetto di Cecchino Antonini scivola via da ogni parte a causa del suo autocompiaciuto autobiografismo senza riuscire mai a diventare discorso universale; cosa che la sceneggiatura di Spataro non riesce mai a contenere. Anzi, a tratti aggrava.

Un pesante didascalismo poi neutralizza l’impegno.

E qui sono d’accordo con Spari – non ti preoccupare, comunque, te lo dico tra poco dove avresti torto-. Ma non è solo un problema di Spataro, quanto di tutti gli autori di fumetti. Non hanno interlocutori durante la realizzazione dei loro lavori.

Come in questo libro viene realizzata la zoomorfizzazione dei personaggi ne è un chiaro esempio. Non c’è stratificazione alcuna; magari ci fossero stratificate lezioni, chessò, da Crumb! O anche solo da Spiegelman!; anzi è schiacciata sull’immaginario dei moralisti –leggi preti e letterati- occidentali, tanto da essere quasi reazionaria.

Ecco. Ha torto Spari quando sostiene che Spataro crea i suoi personaggi stratificando immagini e caratteri precedenti. Non lo fa proprio. I suoi personaggi sono topoi caratteriali assolutamente lineari. Maschere. Se questo in un'opera ambiziosa come Zona del Silenzio è il più grande limite, non lo è per quelle che vi piace definire le sue opere satiriche. Il Papanazingher, la Ministronza, il Berluscoiti funzionano proprio per questo. E funzionano bene.

Adesso magari, con particolare attenzione alla Giorgia che tanto scandalo ha sollevato, vediamo anche perché. Ti avviso. E’ solo una scusa per finire a parlare di quella mancanza di senso di disagio della tribù dei fumettari di cui ti dicevo prima.

(continua)
borisbattaglia alle ore 22:15 | teoria di lettura dei fumetti | commenti (6) | commenti (6) (popup) |
giorgia on my mind - uno
martedì, 17 novembre 2009



Non mi andava proprio di tornare a parlare di fumetti. Una delle cose che più mi irrita delle schiere di fumettari, editori, critici e operatori ed esperti vari è l’assoluta assenza in loro di un necessario senso di disagio.
Che cazzo voglio dire lo capirai se avrai voglia di seguirmi. Sta di fatto che quest’assenza, questo vuoto, mi irritano al punto da farmi tenere il più lontano possibile dal loro mondo stiticamente autoreferenziale.
Invece.
Ci torno a parlare di fumetti. E ci torno perché non riesco a capacitarmi delle sciocchezze dette e scritte attorno al libro che Alessio Spataro ha realizzato raccogliendo le storie che aveva dedicato, in apposito blog, alla Ministronza.
Non ti prometto niente. Mi conosci. Come sempre non sarò breve e non so se andrò a parare veramente da qualche parte e nemmeno se concluderò il discorso.
Cominciamo da qui: è venerdì 23 ottobre. Qualcosa dopo le nove di sera. Nei locali del circolo Bitte si tiene la terza serata del festival Streep. Sul palco parlano Gipi e Alessandro Robecchi. Attori consumati. Fastidiosamente egotisti nel loro parlare di se; noiosi fino, appunto, all’autoreferenzialità. Resti inteso. L’egotismo di Gipi raggiunge comunque (pur essendo sempre le stesse le cose che dice) livelli universali, perché –in fondo- è un grande autore. Ascoltare Robecchi invece è stato umiliante. Un concentrato di ingiustificata presupposizione così borghese e perbenista che a stento riusciva a celare il disprezzo per quella roba lì, quella che è meglio essere illustratori perché se no è troppo poco, quella roba che a un certo punto Gipi gli fa notare – visto che lui, Robecchi, nemmeno riusciva a nominarla-  si chiamano fumetti.
Ecco.
Lo stesso atteggiamento che trovi, se non hai paura di crollare addormentato per la noia a star lì a leggere, nel salotto buono, quello dove passano fior di letterati, di Lipperini. Banalità e disprezzo moralista camuffato da sentimenti progressisti. Ora la cosa mi lascerebbe anche indifferente se non fosse che l’ipocrisia di questa consorteria di moralisti d’accatto arriva al punto di voler spacciare la loro paranoide ed economica –quanto quella dei cattolici integralisti-  visione etica per valore estetico.
A un certo punto, Lipperini si chiede come possa un autore così sensibile da realizzare un libro bello (un magnifico libro!, lo definisce) come Zona del Silenzio, fare poi una cosa brutta e volgare come la Ministronza. Quando è vero esattamente l’opposto. Zona del silenzio non è un magnifico libro, non è neppure un buon libro. E' un libro sbagliato, non direi brutto, ma sicuramente mancato. Ministronza è invece, contrariamente a quanto pensa il mio amico Spari, che di solito ci azzecca, un libro bello e utile.
 
(continua)
borisbattaglia alle ore 22:21 | teoria di lettura dei fumetti | commenti (7) | commenti (7) (popup) |
domani
venerdì, 13 novembre 2009
borisbattaglia alle ore 17:32 | prassi dell ozio | commenti (3) | commenti (3) (popup) |
A sparare cazzate, visto la pletora di blog che c’è in giro, siamo capaci tutti. Alle mie amo metterci, a mo’ di zeppa, qualche libro. Se hai voglia puoi andarti a sfogliare:
 
i tre volumi di scritti malatestiani raccolti, con il titolo di Pagine di lotta quotidiana, tra il 1934 e il 1935 dagli anarchici riuniti a Ginevra attorno alle Edizioni del Risveglio, e ristampati anastaticamente dal Movimento Anarchico Italiano nel 1975. Lo so. Sarebbe ora che qualcuno di questi editori volenterosi e libertari li ristampasse, magari in edizione critica. Se non li trovi, che lo so che è difficile recuperarli, puoi sempre leggerti l’antologia di scritti di Maltesta curata nel 1999 da Giampietro N. Berti nel bel volumetto edito da Eleuthera con il titolo di: Il buon senso della rivoluzione. Come ultima ratio puoi accontentarti anche del volume edito da Gwynplaine.
 
riguardo alla vita di Errico Malatesta posso dirti che ho amato moltissimo la biografia dedicatagli da Max Nettlau, e un po’ meno (per via della sua prosa) quella scritta da Armando Borghi.
 
sulla violenza anarchica ti consiglio di Luigi Fabbri, Influenze borghesi sull’anarchismo. Saggi sulla violenza, ripropostoci nel 1998 dalla benemerita Zero in Condotta.
 
di Proudhon non puoi fare a meno di leggere Filosofia della miseria, l’ultima edizione di cui ho traccia è però del 1975, quindi datti da fare in biblioteca; accompagnane la lettura con Miseria della filosofia di Marx, che –inutile dirlo: i marxisti sono molto più organizzati degli anarchici – trovi qui. Non sto nemmeno a dirtelo, ovvio, che di Proudhon devi leggerti anche Che cos’è la proprietà?, che se ti dai da fare, magari recuperi la bellissima edizione di Laterza del 1978, sennò va benissimo quella di Zero in Condotta del 2000.
 
di Marx dovresti necessariamente leggere il primo libro del Capitale, te lo trovi da solo vero?; ma se non ne hai voglia almeno quella veloce antologia pubblicata recentemente da DeriveApprodi.
 
sull’anarchismo in generale l’editore Lacaita ha pubblicato di Giampietro N. Berti, l’indispensabile Il pensiero anarchico dal settecento al novecento. Ovviamente non ti andasse di affrontarne le mille e rotte pagine puoi ripiegare, sempre di Berti, sul più agile Un’idea esagerata di libertà, recentemente ristampato da Eleuthera. Per quanto discutibili, personalmente adoro e ti consiglio A short history of anarchism di Max Nettlau (ne esiste un’edizione italiana, intitolata L’anarchismo attraverso i secoli  edito da  una piccola e preziosa casa editrice libertaria che si chiama Samisdatz – scrivigli e procuratela); L’idea anarchica di Cappelletti e il bellissimo L’Anarchia di Colin Ward.
 
per Kant, Hegel e Deleuze fai un po’ da solo. Ti basta un giro in libreria o in biblioteca.
borisbattaglia alle ore 14:07 | architettura delle barricate, principi di anarchia applicata, principi di anarchia pura | commenti (7) | commenti (7) (popup) |
anzitutto la forza
lunedì, 09 novembre 2009



Il merito principale di Kant, secondo Deleuze (l’hai letto vero L’isola deserta e altri scritti, Einaudi,2007? – tra l’altro mi sembra, vado a memoria, che Deleuze dicesse questo all’interno di uno scritto su quel Nietzsche, che secondo Evangelisti Malatesta avrebbe dovuto conoscere), è di avere posto le basi per una critica immanente della ragione. Solo che, dice sempre Deleuze, il sistema di Kant ha anche un limite forte: che si limita a separare le applicazioni false della ragione da quelle vere. E’ lo stesso limite che sarà poi di Hegel: la sintesi hegeliana, sempre secondo Deleuze (l’hai letto vero Nietzsche e la filosofia, Einaudi,2002?), è solo un gioco di prestigio –occazzo! Che avesse ragione Proudhon, allora!?- per mascherare la conservazione di ciò che è superato dall’antitesi. Questa contraddizione se la trascinerà dietro anche Marx; ovvio: sempre secondo Deleuze (l’hai letto vero L’anti-Edipo. Capitalismo e schizofrenia, Einauidi, 1975, scritto a quattro mani con Guattari?). La dialettica hegeliana trasposta nella lotta di classe comporta una versione ineffettuale della lotta stessa. La sintesi legittima sempre la tesi (leggi: l’istanza repressiva) contro cui si organizza l’antitesi (leggi: l’idea della società come dovrebbe essere). La questione non è fare la guerra, o prendere una parte all’interno di una guerra in cui le due parti siano già perfettamente definite – intendiamoci una volta che la guerra è iniziata una parte va presa, comunque- quanto piuttosto stabilire, ed è quello che Malatesta aveva capito ben prima di Deleuze, per che cosa si fa la guerra.

Il punto non è criticare la falsa moralità, la religione, il mercato. E sostituirli con surrogati di stato. Il punto è distruggerli. Se ti accontenti di criticare il falso, non corri certo il rischio di fare male a nessuno. Su questa posizione si attesteranno i socialisti italiani, e poi i comunisti togliattiani e tutti i loro eredi successivi.

Non gli anarchici, però.

Dunque, dicevamo che per Malatesta costruire la società come dovrebbe essere comporta agire all’interno dei processi storici usando, visto che l’umanità non marcia volontariamente e deterministicamente verso sorti meravigliose e progressive, necessariamente la violenza. Ma l’anarchismo non può prescindere dai criteri metodologici della coerenza tra fini e mezzi, cioè da quel “per cosa” si fa la guerra. Ne consegue che la violenza è indispensabile, ma può essere usata solo per abbattere la violenza dei governi e dei privilegiati, MAI per costruire la nuova società.

“Noi consideriamo la violenza necessaria e doverosa per la difesa, ma solo per la difesa. Tutta la violenza necessaria per vincere, ma niente di più o di peggio…” (leggiti di Malatesta, Morale e violenza… in Scritti II, Edizioni del Risveglio, Ginevra, 1935 – ristampato anastaticamente dal Movimento Anarchico Italiano nel 1975, p.191-192).  Per far rientrare la violenza rivoluzionaria in questo concetto basta considerare quale azione di difesa ogni azione volta a liberare le masse dallo sfruttamento e dall’oppressione. E’ per questo che dalla violenza anarchica resterebbe comunque escluso, secondo Malatesta (leggiti la sua polemica con Emile Henry in Colpo su colpo, Vulcano,1978), l’atto terroristico.

Intrinsecamente vendicativo, e di conseguenza autoritario, l’atto terroristico non è coerente con gli scopi della rivoluzione, quindi censurabile. Insomma: la violenza accettabile è solo quella delle masse che si sollevano contro la propria oppressione.  Ma queste masse, l’abbiamo già visto, non sono rivoluzionarie. Per Malatesta sarebbe addirittura un errore (leggiti Sindacalismo e Anarchismo, in Scritti III, Edizioni del Risveglio, Ginevra, 1935 – ristampato anastaticamente dal Movimento Anarchico Italiano nel 1975, pp. 162-163) scambiare la prassi sindacale e la sua forma più estrema di lotta, lo sciopero generale, per un atto rivoluzionario. E’ un momento fondamentale di crescita solidaristica del proletariato, certo; ma la rivoluzione si realizza - non dimentichiamoci che Malatesta è un insurrezionalista – solo con l’insurrezione armata.

Questa la contraddizione che Malatesta, pur dedicandoci tutti gli ultimi anni della sua vita, non supererà mai veramente.

Rivoluzionaria è una minoranza agente e cosciente, ma il cui immaginario è abitato da un idea semplicistica della violenza rivoluzionaria: quella per la presa del potere. Minoranza che cade, come hanno fatto i bolscevichi, nel “paradosso delle conseguenze”. Ottiene cioè il contrario di quanto si prefigge. Per instaurare la libertà, realizza la tirannide.

Da questa empasse uscirà, a mio avviso, anche attraverso l’esperienza della rivoluzione libertaria spagnola, Camillo Berneri.

Ma questa, te l’ho già detto, è un’altra storia. Adesso non ho voglia di raccontartela.

 
borisbattaglia alle ore 23:12 | architettura delle barricate, principi di anarchia applicata | commenti (8) | commenti (8) (popup) |
la forza anzitutto
giovedì, 05 novembre 2009


Il punto è questo. Solo la volontà di farlo non porta all’emancipazione umana. Perché, ci spiega Malatesta, tutti i movimenti sociali -al suo tempo quello operaio, oggi le mille forme dei movimenti giovanili e della società civile - non sono, questi movimenti, rivoluzionari “nel senso di negazione delle basi giuridiche e morali della società attuale” (leggiti assolutamente Sindacalismo e Anarchismo raccolto in Errico Malatesta, Scritti I, Edizioni del Risveglio, Ginevra, 1934 – ristampato anastaticamente dal Movimento Anarchico Italiano nel 1975, pp. 344 ss.). Tutti questi movimenti sono per loro natura riformisti, non rivoluzionari.

Non possiamo quindi aspettare che le masse diventino anarchiche per fare la rivoluzione. “Non lo diventeranno mai se prima non si abbattono violentemente le istituzioni che le tengono in schiavitù” (Malatesta, Discorrendo di rivoluzione in Scritti II, Edizioni del Risveglio, Ginevra, 1935 – ristampato anastaticamente dal Movimento Anarchico Italiano nel 1975, pp. 201-202).

E adesso che cazzo facciamo? Senza violenza non si fa la rivoluzione che può portare all’abbattimento della società così com’è, ma la violenza rischia di trasformarsi da mezzo a fine.

Da qui Malatesta elabora una teoria dell’azione che risponda sia all’esigenza razionale dell’uso della violenza, sia all’istanza etica che escluda il trasformarsi di quella violenza in una dittatura qualsiasi, fosse pure quella del proletariato.

“Ogni fine vuole i suoi mezzi; stabilito lo scopo a cui si vuol raggiungere, per volontà o per necessità, il gran problema della vita sta nel trovare il mezzo che secondo le circostanze conduce con maggior sicurezza e più economicamente allo scopo prefisso” (Malatesta, Un po’ di teoria… in Scritti II, Edizioni del Risveglio, Ginevra, 1935 – ristampato anastaticamente dal Movimento Anarchico Italiano nel 1975, p.15).

Come abbiamo visto precedentemente, per Malatesta l’anarchismo- e non l’anarchia- è il mezzo per agire nella società e raggiungere quello scopo che sarebbe la società come dovrebbe essere. Forza che agisce nella storia, dunque. La storia non ha finalità morali intrinseche, e non avendole risponde innanzitutto alla logica della forza. E la logica della forza porta con sè il problema dell’uso della violenza.

(continua)

 

il titolo del post, lo ammetto, l'ho preso di peso da un bellissimo commento di f.m. a questo post del Malesi.

 


borisbattaglia alle ore 23:32 | architettura delle barricate, principi di anarchia applicata | commenti | commenti (popup) |